Debito pubblico e spread: semplici considerazioni

Ad oggi sentiamo parlare sempre di spread, debito pubblico e conti pubblici, in particolare come le manovre dell’attuale Governo impattino su di essi. Essendo questo un argomento vasto e con numerose relazioni causa-effetto, vorrei soffermarmi solamente sulla relazione che potrebbe esserci tra l’aumento dello spread e il rischio del verificarsi di una crisi. 

Va sottolineato come un Paese, che ha il rapporto tra debito pubblico e PIL al 132%, non possa permettersi di finanziare le proprie spese in deficit. Questo perché con l’aumentare del debito aumenta il rischio di contrarre una crisi e di conseguenza aumenta lo spread. L’aumento di quest’ultimo (la differenza tra il rendimento dei BTP italiani e i Bund tedeschi) è attribuibile a una vasta serie di cause. Ad esempio, lo spread si alza dopo dichiarazioni antieuropeiste, oppure in seguito a qualche dichiarazione “politicamente scorretta” in ambito economico-finanziario. Il problema nasce però quando lo spread sale costantemente senza scendere, come nel 2011. In queste situazioni la crisi è imminente. 

Per scongiurare tutto ciò, sarebbe necessario (tra le tante cose) cercare di abbassare il debito pubblico: ciò non significa passare dal 132% al 60%, bensì ridurlo anche di poco (ad esempio 3%) anno per anno. Così facendo si darebbero buone impressioni ai mercati, il rendimento dei titoli si avvicinerebbe a quello dei titoli risk-free e ne verrebbero quindi venduti di più. Se lo spread rimane alto, aumentano gli interessi da pagare a chi ci ha prestato i soldi. Questo viene confermato anche da il Sole24Ore (28 Marzo 2019, Morya Longo): “Nel primo trimestre del 2019, le emissioni complessive di titoli […] costeranno allo Stato circa 900 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2018”. Questo è dovuto dal fatto che il tasso medio del BTp (e di conseguenza lo Spread) è stato più alto di quasi un punto in più rispetto all’anno precedente.

Rispetto a 10 anni fa, il numero di poveri è aumentato esponenzialmente: oggi si parla di 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Questo aumento è attribuibile alla crisi economica, che genera povertà. Per ovviare al problema, è stato lanciato il reddito di cittadinanza, finanziato in deficit. Ora, è innegabile che un provvedimento verso chi vive sotto la soglia di povertà andasse preso. Ciò non toglie però che ci fossero soluzioni più immediate, meno burocratiche e costose. 

Oggi rimane fondamentale adottare misure di welfare compatibili con il grado di salute dei conti pubblici e, mi sento di dire, che non è la direzione che sta prendendo il Governo. Non sembrano essere misure adatte per tirare in ballo il moltiplicatore keynesiano, e questo viene confermato dalle stime di crescita che i vari enti hanno pubblicato. È importante cercare di fare manovre senza ricorrere ad un aumento del debito, perché, se questo aumento diventasse costante, la probabilità di contrarre una crisi aumenterebbe e di conseguenza aumenterebbe il numero di poveri al verificarsi della recessione. Così si entrerebbe in un circolo vizioso!

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