Spesa pubblica e umiltà. Un esempio: la Flat Tax

In politica serve più umiltà. Riconoscere che qualcun altro ha una proposta migliore della tua. Riconoscere che non si sta andando nella direzione giusta. Ovviamente questo è un discorso utopico: nessuno si immagina, anche se dovrebbe essere così, il Parlamento come luogo di confronti costruttivi tra persone (e gruppi politici) che la pensano diversamente. Vorrei far notare quanto questa utopia costi al nostro Paese, con il primo esempio che mi è saltato in mente: la Flat Tax.

Partendo dal presupposto che sono un sostenitore di questo tipo di sistema fiscale, non voglio entrare nel dettaglio di questa proposta: molti esperti ne hanno già parlato a lungo, quindi non avrebbe alcun senso. Vorrei solamente far notare come si possano risparmiare soldi preziosi scegliendo tra proposte simili, con un po’ di umiltà e smorzando l’ego.

Negli ultimi giorni, nel mese in cui prendono piede Reddito di Cittadinanza e Quota 100, la Legaha ricordato al Governo (pur facendone parte) che la Flat Tax al 15% andrà fatta: è nel contratto. Fino a qui tutto bene, no? Per una volta sembra che i partiti vogliano effettivamente mantenere le promesse che sono state fatte in campagna elettorale (dimenticate per un attimo l’insostenibilità delle proposte). 

La Flat Tax così come intesa dalla Lega costa parecchio: 59 miliardidi euro (quasi quanto la spesa per la pubblica istruzione). Ora, supponendo che la Flat Tax sia un provvedimento necessario in Italia per diversi motivi, sembrerebbe troppo onerosa per poterla effettuare. E la soluzione non può essere “facciamola e poi si vedrà”, finanziando tutto in deficit e sperando che tassando meno la gente spenda di più. Serve altro. Serve inventare qualcosa di nuovo. O forse no? 

Nel 2018 esce il libro “Flat Tax” della casa editrice Marsilio scritto da Nicola Rossidell’Istituto Bruno Leoni. Questo volumetto si propone di spiegare perché questa proposta farebbe bene al Paese e perché è meglio dell’attuale sistema. Questa Flat Tax prevede un’aliquota al 25% sulle principali imposte (Irpef, Ires, Iva ordinaria), l’abolizione di imposte incomprese e incomprensibili (Irap, Imu, Tasi) e un trasferimento monetario a favore dei nuclei famigliari in difficoltà economiche (una specie di reddito di cittadinanza, solo fatto meglio, meno costoso, meno burocratico e più logico: il trasferimento varia per aree geografiche). Oltre a queste caratteristiche intrinseche della proposta che non sto qui a spiegare, c’è un ulteriore punto che dovrebbe piacere: esiste una modalità di copertura. Nicola Rossi prevede un costo della riforma pari a 27 miliardi, che possono essere coperti sviluppando in toto la famosa spending reviewdi Carlo Cottarelli.

La Flat Tax della Lega e quella dell’Istituto Bruno Leoni vogliono andare verso la stessa direzione: semplificazione del sistema fiscale e abbassamento della pressione fiscale, sempre più alta e immorale. Sarebbe pure immorale però finanziare il tutto in deficit e far aumentare ancora di più il debito pubblico, no? E allora perché non accogliere la proposta di Nicola Rossi, meno onerosa, più equa e più fattibile? 

La riposta la sapete già tutti. Figuriamoci se un partito va a pescare una proposta fatta da altri, sarebbe un segno di debolezza all’occhio di tutti. Io credo sia esattamente il contrario: riconoscere che una proposta esterna è più sostenibile della propria sarebbe un gran segno di responsabilità verso i cittadini, sia a livello economico che a livello morale. Per fare questo servirebbe umiltà. La mancanza di quest’ultima nella gente che ci governa potrebbe costarci 32 miliardi (59-27), e se contiamo pure che la riforma prevede una specie di reddito di cittadinanza, i miliardi risparmiati diventano circa 42 (e sia chiaro, non parlo solo di Lega e Movimento 5 Stelle: il mio riferimento va a qualsiasi gruppo politico, quello della Flat Tax è solamente un esempio).

Che ne dite, 42 miliardi sono abbastanza per farvi credere che in politica ci sia bisogno di più umiltà, buonsenso e responsabilità?

Debito pubblico e spread: semplici considerazioni

Ad oggi sentiamo parlare sempre di spread, debito pubblico e conti pubblici, in particolare come le manovre dell’attuale Governo impattino su di essi. Essendo questo un argomento vasto e con numerose relazioni causa-effetto, vorrei soffermarmi solamente sulla relazione che potrebbe esserci tra l’aumento dello spread e il rischio del verificarsi di una crisi. 

Va sottolineato come un Paese, che ha il rapporto tra debito pubblico e PIL al 132%, non possa permettersi di finanziare le proprie spese in deficit. Questo perché con l’aumentare del debito aumenta il rischio di contrarre una crisi e di conseguenza aumenta lo spread. L’aumento di quest’ultimo (la differenza tra il rendimento dei BTP italiani e i Bund tedeschi) è attribuibile a una vasta serie di cause. Ad esempio, lo spread si alza dopo dichiarazioni antieuropeiste, oppure in seguito a qualche dichiarazione “politicamente scorretta” in ambito economico-finanziario. Il problema nasce però quando lo spread sale costantemente senza scendere, come nel 2011. In queste situazioni la crisi è imminente. 

Per scongiurare tutto ciò, sarebbe necessario (tra le tante cose) cercare di abbassare il debito pubblico: ciò non significa passare dal 132% al 60%, bensì ridurlo anche di poco (ad esempio 3%) anno per anno. Così facendo si darebbero buone impressioni ai mercati, il rendimento dei titoli si avvicinerebbe a quello dei titoli risk-free e ne verrebbero quindi venduti di più. Se lo spread rimane alto, aumentano gli interessi da pagare a chi ci ha prestato i soldi. Questo viene confermato anche da il Sole24Ore (28 Marzo 2019, Morya Longo): “Nel primo trimestre del 2019, le emissioni complessive di titoli […] costeranno allo Stato circa 900 milioni in più rispetto allo stesso periodo del 2018”. Questo è dovuto dal fatto che il tasso medio del BTp (e di conseguenza lo Spread) è stato più alto di quasi un punto in più rispetto all’anno precedente.

Rispetto a 10 anni fa, il numero di poveri è aumentato esponenzialmente: oggi si parla di 5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Questo aumento è attribuibile alla crisi economica, che genera povertà. Per ovviare al problema, è stato lanciato il reddito di cittadinanza, finanziato in deficit. Ora, è innegabile che un provvedimento verso chi vive sotto la soglia di povertà andasse preso. Ciò non toglie però che ci fossero soluzioni più immediate, meno burocratiche e costose. 

Oggi rimane fondamentale adottare misure di welfare compatibili con il grado di salute dei conti pubblici e, mi sento di dire, che non è la direzione che sta prendendo il Governo. Non sembrano essere misure adatte per tirare in ballo il moltiplicatore keynesiano, e questo viene confermato dalle stime di crescita che i vari enti hanno pubblicato. È importante cercare di fare manovre senza ricorrere ad un aumento del debito, perché, se questo aumento diventasse costante, la probabilità di contrarre una crisi aumenterebbe e di conseguenza aumenterebbe il numero di poveri al verificarsi della recessione. Così si entrerebbe in un circolo vizioso!

Cottarelli e Friedman a Trento per parlare di Economia

Martedì sera, al Teatro Sociale di Trento, si è tenuta la conferenza (organizzata da Fondazione Caritro) “La resa dei conti tra tasse, spread e welfare”. Gli ospiti portano due nomi molto conosciuti al popolo italiano: Carlo Cottarelli e Alan Friedman. Il curriculum parla chiaro per entrambi: non c’è bisogno di particolari presentazioni. È molto importante che a Trento vengano organizzati eventi di questo tipo, soprattutto in vista delle Europee e in questo periodo storico abbastanza complicato (ma non drammatico) per l’Italia. 

Sarebbe stato auspicabile, però, vedere una sala gremita di giovani: così non è stato. Il pubblico era per la maggior parte adulto, e l’impressione è stata che la platea fosse prenotata a priori a persone di fiducia o comunque membri delle varie organizzazioni che hanno contribuito all’evento. Queste cose accadono dappertutto e non sono certo un problema, però in un teatro abbastanza contenuto come quello di Trento si nota più facilmente e non è piacevole. L’evento era già sold out 6 giorni prima della data prestabilita: forse era meglio organizzare altrove? 

Tralasciando questo dettaglio, rimango pienamente soddisfatto della serata, e mi piacerebbe se ne svolgessero di più. Va sottolineato, però, che siamo fortunati a ospitare il Festival dell’Economia. Rimane però il fatto che, durante il resto dell’anno, eventi di questo tipo sono poco frequenti e la mia impressione da studente di economia è che gli universitari (ma anche chi frequenta le scuole superiori) vengano poco coinvolti in queste occasioni. Certamente i ragazzi non sono molto propensi a interessarsi ai fatti di attualità (in particolare di economia e politica), quindi è ancor più cruciale creare interesse con eventi divulgativi, diminuendo il rischio che ci si soffermi a guardare dibattiti televisivi dalla qualità discutibile, che utilizzano il format “slogan di 20 secondi + applauso”.

Spero vivamente che si prosegua sempre più nella direzione presa dalla Fondazione Caritro, perché bisogna cercare di creare un senso di responsabilità maggiore nei giovani per il futuro. 

L’Italia contro Sfera Ebbasta

Il fenomeno della musica rap, molto diffuso tra i giovani (non solo tra i ragazzini, sia chiaro), sta piano piano arrivando anche ad un pubblico adulto. Non nel migliore dei modi. 

Infatti, grazie ad alcune rinomate testate giornalistiche, gli insulti verso gli artisti rap stanno aumentando esponenzialmente. In particolare, viene preso di mira Sfera Ebbasta, rapper milanese classe ’92. 

Ma facciamo un passo indietro: cos’è la musica rap?

La musica rap nasce dalla frustrazione, dalla voglia di riscatto, dalla necessità di esprimersi quando non si è ascoltati da nessuno. Musica che assembla suoni prevalentemente elettronici con testi scritti in rima, talvolta molto complessi. Tutto questo va ricordato perché si parla di rap come se fosse sostanzialmente musica da due soldi, che non merita (a prescindere) parità di trattamento con gli altri generi (ricordo che i gusti sono soggettivi, e ognuno dovrebbe sentirsi libero di ascoltare ciò che vuole). 

Ma veniamo al dunque: perché il ragazzo di Cinisello Balsamo viene attaccato? Sfera Ebbasta racconta nei suoi testi un passato difficile (droga, rifiuto scolastico, difficoltà economiche e la mancanza del padre), e vuole sottolineare come lui sia riuscito grazie alla musica a passare dal baratro al successo. Gli adulti contestano al rapper di incitare alla droga, accusandolo di non specificare quanto le sostanze stupefacenti siano pericolose. Ora, se vogliamo approfondire maggiormente, Sfera Ebbasta viene insultato pesantemente dalla fascia d’età che non comprende il suo genere, augurandogli la morte, le malattie, e insistendo sul fatto che un artista come lui debba esser censurato. Oltre a notare un po’ di frustrazione in questi commenti, è ormai chiaro come il successo altrui dia fastidio agli italiani

Noto costantemente come le persone fatichino a parafrasare testi di ragazzi di due o tre generazioni successive, ma questo in realtà non dev’essere per forza uno scandalo. Trovo invece fastidioso, ignorante e maleducato insultare un artista con la stessa facilità con la quale non si riesce a captare il messaggio che si cela dietro ad un testo. 

Nelle scorse settimane il rapper è stato paragonato a Satana (tengo a ricordare che siamo nel 2019), è stato accusato di aver maleducato i giovani ragazzini (sono moltissimi) che lo ascoltano e, infine, è stato colpevolizzato da gran parte dell’opinione pubblica per la strage di Corinaldo. Personalmente, credo proprio che su questa questione è stato toccato il fondo. Quale mente contorta può accolpare l’accadimento di una strage ai testi delle canzoni di un artista, anziché interrogarsi sul perché non sono stati fatti determinati controlli di sicurezza (ricordo che la strage è stata scatenata da spray urticante) o sul perché sia possibile ancora che si verifichino episodi di overbooking nei locali?

Com’è possibile che un artista possa mal educare i propri fan? L’educazione non dovrebbe arrivare dai genitori? O forse sono questi ultimi che vengono sempre più a mancare? 

Com’è possibile che quando Vasco Rossi (sia chiaro, artista che stimo moltissimo) cantava “Bollicine” nessuno diceva nulla? Eppure, la situazione è la medesima. Pure Enzo Iacchetti cantava “Pippa Di Meno”, eppure oggi Striscia la Notizia fa la morale ad artisti che “si presume” inneggino alla droga (su questo punto, andrebbe aperta una lunga parentesi; rimane comunque un altro caso di ipocrisia e infondatezza del giornalismo italiano).

Un altro punto che ritengo sia doveroso trattare, riguarda come le testate giornalistiche gestiscano questa faccenda. Quest’ultime fanno di tutto per mettere in cattiva luce Sfera Ebbasta con il solo scopo di catturare la parte indignata e frustrata del Paese e farla commentare sotto i propri post, andando così anche ad aumentare lo share del giornale. Come dice il giovane rapper nel suo ultimo brano “Mademoiselle (che risponde a tutte queste critiche ridicole), “la mia faccia in copertina solo per copertura”. 

Avere paura del Fisco

L’Agenzia delle Entrate rappresenta un incubo per gran parte degli italiani, in particolare per le imprenditrici e per gli imprenditori. Ciò è normale? No. O almeno, non lo è per chiunque abbia la coscienza a posto. Sarebbe come farsi venire il panico per l’alcol test sapendo di non aver bevuto niente prima di mettersi alla guida di un veicolo. Perché invece gli italiani hanno paura? 

Innanzitutto, l’Agenzia non è una macchina ben funzionante. Peter D’Angelo e Fabio Valle, nel libro “Gli Abusi del Fisco” trattano l’argomento con estrema precisione. Partiamo dall’organo interno che controlla l’operato dell’Agenzia: l’Audit. Questo organo si occupa di verificare che l’Agenzia svolga i suoi compiti correttamente e, ad esempio, che non vi siano abusi nei confronti dei contribuenti. La cosa strana è che l’Audit è presieduto da membri dell’Agenzia stessa. Questo è inammissibile: è come se la Corte Costituzionale fosse composta da membri del Governo. 

L’Agenzia delle Entrate fa parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che si limita a stabilirne degli obiettivi. Trovo a dir poco clamoroso che per il triennio 2018-2020, l’obiettivo da perseguire da parte dell’Agenzia fosse quello di trovare un’evasione nel 94% degli accertamenti che venivano effettuati. Ciò significa che una volta avviata la procedura d’accertamento, l’Agenzia deve trovare un’evasione (anche dove non c’è): insomma, l’importante è fare cassa. Qui si sviluppa il nocciolo della questione: l’impresa accertata può provare a fare “pace” con il fisco (attraverso un contraddittorio), andando così ad ottenere (quasi sempre) un grande sconto sulla cifra di evasione prestabilita: ad esempio, si può passare da € 100’000 a € 20’000 in poco tempo. Il problema è che, se non si ha torto, pagare € 20’000 rimane una cifra elevata. Andare in tribunale è costosissimo, e talvolta potrebbe essere più indolore ingoiare il boccone amaro e pagare la somma di denaro contestata anziché imbattersi in un ricorso. 

Le conseguenze sono che aziende sane e con i conti in regola dovrebbero sostenere costi ingiusti per evitare procedure lunghe e sanguinose. Molti accertamenti vengono svolti con metodi non accurati e molto approssimativi (stimando valori di immobili da Google Maps), con l’obiettivo di sovrastimare una presunta evasione.

Visto la scarsa accuratezza degli accertamenti, le conseguenze le paga anche la Giustizia visto che i ricorsi fiscali, prevalentemente a cura dell’Agenzia delle Entrate, raggiungono in 49% del totale: la Corte di Cassazione è otturata da faccende tributarie quando in realtà dovrebbe occuparsi dei mali e delle ingiustizie di un Paese [Dati Corte di Cassazione]. Questa elevata percentuale non fa altro che incrementare i tempi della giustizia italiana, già a livelli inaccettabili.

Ovviamente la questione è molto complessa, e meriterebbe maggiori approfondimenti. Rimane comunque possibile sottolineare come l’Agenzia delle Entrate sia una macchina inefficiente, che costa di più di quanto ricava, e che mette a rischio la vita di alcune imprese italiane senza alcuna pietà.

Fare informazione è sempre più importante

Siamo nel 2019. Internet non è più una novità, anzi. Ormai tutti hanno accesso alle piattaforme online, facendo riferimento ai social network ed in particolare a Facebook. Quest’ultimo è diventato un grosso paniere di idee, senza censure e senza grandi controlli sui “diffusori” di fake news. Queste notizie false di per sé non sono un problema: con un minimo di cultura generale, coscienza e conoscenza da parte dei lettori, le fake news non dovrebbero rappresentare un pericolo. Purtroppo accade spesso il contrario: le persone sono sempre più sensibili a notizie false proprio perché mancano i requisiti minimi per poter collegare il proprio cervello alla realtà fattuale. E perché? Perché una persona non riesce a capire che (anche parlando delle questioni più semplici, non per forza di ingegneria) sta leggendo una bufala?

Le risposte più lampanti potrebbero essere due:

  1. Le persone hanno troppa poca “puzza sotto il naso”, ovvero tendono a fidarsi facilmente, senza provare a trovare un’antitesi di ciò che stanno leggendo;
  2. L’istruzione: probabilmente, quest’ultima è il requisito principale per riconoscere una fake news.

Mariana Mazzucato, nel suo libro “Lo Stato Innovatore” sottolinea più volte come le spese di ricerca & sviluppo (R&S) siano fondamentali per la crescita e l’innovazione in un Paese. E possono essere di R&S anche le spese per l’istruzione. Quindi, la domanda dovrebbe essere: quanto spendiamo per l’istruzione in Italia?
Poco. Spendiamo veramente poco. Nel 2017 risultiamo il terzultimo Stato membro dell’Unione Europea per spesa in istruzione [ilsole24ore – 30/08/2017 – Alberto Magnani].
Il grado di istruzione medio di un Paese e il suo livello di spesa potrebbero essere correlati. Partendo da questa supposizione, quindi, si evince che in Italia il grado di istruzione è relativamente basso, e questo viene confermato da Universita.it, che riporta dati Eurostat: “meno di 1 italiano su 6 è laureato e 4 su dieci hanno solo la licenza media” [Universita – 09/04/2018 – Maria Russo].

Tutto questo cosa ha a che fare con le fake news?
Semplicemente, meno si è preparati, più si è esposti all’inganno. Questo si può vedere chiaramente ogni giorno sui social network, ed ulteriore riscontro lo si ha vedendo la percentuale di voto che hanno i partiti di protesta, che non sempre espongono relazioni attendibili da un punto di vista scientifico e/o didattico.

Alvise Pedrotti